Nothing is Impossible: credere che, una pietra dopo l'altra, si possa costruire qualsiasi muro, e si possano realizzare i propri desideri, i propri sogni. Specialmente quando accanto a te hai una persona che è capace, nella sua semplicità e con i suoi piccoli gesti quotidiani, di rendere il mondo a colori, di farti sentire una persona migliore.
Ed è a lei che dedico ogni singolo attimo della mia vita, del mio quotidiano, che provo a riportare sulle pagine di questo blog: articoli sullo scoutismo e sul volontariato - per lo più tarantino - in genere, articoli sul progetto Pane e PC (fondato sul trashware e che prevede il recupero ed il riuso di vecchi personal computer), le schifezze della mia Taranto e, perchè no, anche qualche "chicca" informatica, ovvero qualche guida nata da problemi che mi è toccato risolvere a lavoro o ad amici. Non mancano post sulla "mia Inter", la squadra - purtroppo - più pazza che c'è in circolazione :-)
Scarabocchiato il giorno 30 gennaio 2010 da crazyhorse
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Un fiume lento; un rivo silenzioso, poco profondo. il gorgoglio di una sorgente attraverso mazzetti di violette. Il sussurro di un ruscello in un bosco. Il ruggito di una cascata. Lo zampillo di una canna da giardino. Il luccichio delle fontane. Lo splendore dell'acqua che scivola sulla pietra. Pozzanghere tappezzate di foglie cremisi. Onde solide come vetro verde, che lanciano la loro spuma a cavalcare l'enorme massa marina. Il rumoreggiare dell'acqua dietro uno scafo da corsa. Piccoli arcobaleni nelle ragnatele mattutine. Rugiada sui piedi nudi. Musi di rana in uno stagno. Laghi che catturano cieli estivi. Pioggia che batte sulle finestre della tua casa sicura.
Scarabocchiato il giorno 28 gennaio 2010 da crazyhorse
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Il figlio di un re si innamorò, come succede nelle fiabe, della figlia del fornaio, che era povera ma bella. E la sposò.
Per alcuni anni i due sposi vissero in piena armonia e felicità. Ma, alla morte del padre, il principe salì sul trono.
I ministri e i consiglieri si affrettarono a fargli capire che per la salvezza del regno doveva ripudiare la moglie popolana e sposare invece la figlia del potente re confinante, assicurandosi con questo matrimonio pace e prosperità.
«Ripudiatela, sire, dopotutto è la figlia di un fornaio.» «La sicurezza del trono e dei vostri sudditi viene prima di tutto.»
Le insistenze dei ministri si fecero sempre più pressanti e alla fine il giovane re cedette.
«Ti devo ripudiare – disse alla moglie -, domani tornerai da tuo padre. Potrai portare via ciò che ti è più caro».
Quella sera mangiarono insieme per l'ultima volta. In silenzio. La donna, apparentemente tranquilla, continuava a versare vino nel bicchiere del re.
Alla fine della cena, il re sprofondò in un sonno pesante. La donna lo avvolse in una coperta e se lo caricò sulle spalle.
Il mattino dopo, il re si svegliò nella casa del fornaio.
«Ma, come?», si meravigliò. La moglie gli sorrise.
«Hai detto che potevo portarmi via ciò che avevo di più caro. Ebbene, ciò che ho di più caro sei tu».
Scarabocchiato il giorno 14 gennaio 2010 da crazyhorse
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Non so, la notizia è strana anche perchè si è sempre parlato di decenni necessari per "riassestarci", ma in ogni caso – è il caso di dirlo anche se il gioco di parole è tremendo – fa notizia:
Debiti pagati: Taranto fuori dal tunnel
Spese folli e regali. Poi minacce e l'arrivo dei liquidatori
Tre anni dopo, l'incubo è finito. Ora tocca al Comune
Chiaro è che il titolone (reportage di Carmine Festa, fonte Corriere del Mezzogiorno) è ad effetto, soprattutto riportando anche il primo trafiletto in cui si legge che:
Da sabato Taranto è tecnicamente fuori dal dissesto finanziario. Nel senso che se il Comune si metterà al passo con il lavoro svolto dall’Osl (Organo Straordinario di Liquidazione) e risponderà rapidamente ai dubbi che riguardano ancora 1000 pratiche di presunti crediti, l’operazione risanamento delle casse cittadine potrà essere chiusa in trenta giorni con gli ultimi creditori che attendono di poter passare a riscuotere presso la tesoreria comunale.
Non so, c'è qualcosa che mi sfugge, ma non riesco a capire cosa…specialmente visto che la notizia è decisamente passata inosservata in città. Voi che ne pensate???
Scarabocchiato il giorno 12 gennaio 2010 da crazyhorse
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La vita è come un soffio di vento, che soffia, ti attraversa e va via lontano…
E mentre ti attraversa, ti leva le gioie, i dolori, le sensazioni e le situazioni che hai dentro
e le porta via con se…Non illuderti di poter cambiare la vita, perché sarà lei a cambiare te…
Ti plasmerà a suo piacimento, sarai come argilla nelle mani di uno scultore…
La vita è qualcosa che ti brucia dentro, che brucia senza sosta e ti consuma…Tu puoi viverla bene o male, ma l'importante è che non lasci mai spegnere quella fiamma…perché se l'avrai alimentata bene, continuerà a bruciare anche dopo la tua morte, per i secoli dei secoli, o forse anche di più…
La vita è quella cosa che non sai cos'è, ma sai che c'è; c'è nell'aria, c'è stasera…E se saprai usarla, se saprai tramandare quella tua voglia di vivere, quelle tue opere, anche se chi ti è nemico ti ucciderà, ucciderà quel tuo corpo, tu morirai con il sorriso sulle labbra, perché saprai che la tua vita non è stata sprecata…infatti la tua voce calda e accogliente, i tuoi meravigliosi occhi che ispirano allegria a chiunque li guardi, continueranno a rivivere, negli occhi e nella voce di chi come te ha fatto della sua vita uno strumento…E se il nemico che sicuramente incontrerai riuscirà per un attimo ad offuscare i tuoi bei pensieri beh allora pensa ad una giornata al mare, ad un gelato al cioccolato, alla faccia di quella figlia che non hai avuto, alla felicità, alla vita stessa…e vola lontano, sui campi di grano e non chiederti il perché…Vai dove la vita ti porta…Dove quella brezza leggera, calma ma continua, ti spinge…Lasciati andare…
Seconda stella a destra questo è il cammino e poi dritto fino al mattino; poi la strada la trovi da te, porta all'isola, l'isola che non c'è…No. Fai tutto ma non questo. Non illuderti che possa esistere un mondo dove c'è solo il bello ed il buono…Perché sul più bello ricadrai sulla dura realtà e ti farai male, molto più male di quanto tu possa pensare…Perché la vita è la vita, non la puoi cambiare, la puoi vivere, quello sì, ma non cambiare…
E quando tutto sembra abbandonarti, pensa a quelle persone che avrebbero voluto vivere anche solo un istante in più, per dire "andrà tutto bene", "ti amo" oppure solamente "arrivederci"; ma non hanno potuto…Pensa al male che c'è nel mondo, può sembrare strano ma ti sentirai meglio.
Poi penserai a quanto pesano le lacrime. Sì. Perché le lacrime di un bambino capriccioso pesano meno del vento, ma quelle di un bimbo affamato, più di tutta la terra… E se pensi a questo ti viene una gran voglia di vivere la vita…E scoprirai che è proprio questo lo scopo…
Scarabocchiato il giorno 1 gennaio 2010 da crazyhorse
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Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino. Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l'altro. Tutti li chiamiamo amici e ce ne sono di molti tipi.
Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici. Il primo che nasce è il nostro amico Papà e la nostra amica Mamma, che ci mostrano cosa è la vita. Dopo vengono gli amici Fratelli, con i quali dividiamo il nostro spazio affinché possano fiorire come noi. Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene.
Ma il destino ci presenta ad altri amici che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino. Molti di loro li chiamiamo amici dell'anima, del cuore. Sono sinceri, sono veri. Sanno quando non stiamo bene, sanno cosa ci fa felici. E alle volte uno di questi amici dell'anima si installa nel nostro cuore e allora lo chiamiamo innamorato. Egli dà luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi. Ma ci sono anche quegli amici di passaggio, talvolta una vacanza o un giorno o un'ora. Essi collocano un sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro. Non possiamo dimenticare gli amici distanti, quelli che stanno nelle punte dei rami e che quando il vento soffia appaiono sempre tra una foglia e l'altra. Il tempo passa, l'estate se ne va, l'autunno si avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie, alcune nascono l'estate dopo, e altre permangono per molte stagioni. Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che sono cadute continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria. Sono ricordi di momenti meravigliosi di quando incrociarono il nostro cammino.
Ti auguro, foglia del mio albero, pace amore fortuna e prosperità. Oggi e sempre… semplicemente perché ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un poco di se e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente. Questa è la maggior responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso.
Fonte: Internet (non la trovo più!)
A tutti voi che siete passati sul mio cammino in questo 2009, che mi avete sopportato, capito, ascoltato…e a tutti voi che in questo 2009 siete passati avanti e siete lontani, voi che non ho più la possibilità di sopportare, capire ascoltare…a voi che nel 2010 incontrerò
Scarabocchiato il giorno 31 dicembre 2009 da crazyhorse
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E' stato un anno difficile, quello che sta finendo…e per fortuna finisce. Tanti, troppi lutti in famiglia (ciao Nonno…), un incidente in moto…ed è difficile riuscire a tirar fuori un bilancio positivo.
Per fortuna sono per natura ottimista: diverse amicizie – che magari non erano nemmeno tali – son "finite", ma i veri Amici non spariscono mai…Pane e PC ha mietuto un successo dopo l'altro (grazie, ragazzi, senza voi non saremmo riusciti a far nulla), la comunità della Santa Famiglia cresce e cresce e cresce (ma quante attività abbiam fatto quest'anno???)…qui a Taranto ci si sta risvegliando nella dura lotta ambientale (e ci sarà da lottare ancora…)…ed in tutto questo la costante è sempre stata lei, Francesca, che mi ha accompagnato in ogni difficile giorno di questo 2009 e che spero di esser riuscito ad accompagnare a mia volta…
Perchè noi, questo 2009, lo prendiamo a palle di neve!
In questo momento sono in chiesa (è un post automatico) per la Veglia di Natale, e voglio augurare a tutti voi che passate di qui un Buon e Santo Natale 2009…come sempre, lo faccio con una storiella (La Scatola – Bruno Ferrero, Il segreto dei pesci rossi, ElleDiCi):
La bambina stava preparando un suo pacco di Natale. Avvolgeva una scatola con costosissima carta dorata. Impiegava una quantità sproporzionata di carta e fiocchi e nastro colorato.
"Cosa fai?" la rimproverò aspramente il padre. "Stai sprecando tutta la carta! Hai idea di quanto costa?".
La bambina con gli occhi pieni di lacrime si rifugiò in un angolo stringendo al cuore la sua scatola.
La sera della vigilia di Natale, con i suoi passettini da uccellino, si avvicinò al papà ancora seduto a tavola e gli porse la scatola avvolta con la preziosa carta da regalo.
"E per te, papi" mormorò.
Il padre si intenerì. Forse era stato troppo duro. Dopo tutto quel dono era per lui. Sciolse lentamente il nastro, sgrovigliò con pazienza la carta dorata e aprì pian piano la scatola. Era vuota!
La sorpresa sgradita riacutizzò la sua irritazione ed esplose:
"E tu hai sprecato tutta questa carta e tutto questo nastro per avvolgere una scatola vuota!?".
Mentre le lacrime tornavano a far capolino nei suoi grandi occhi, la bambina disse: "Ma dentro ci ho messo un milione di bacini!".
Per questo, oggi c'è un uomo che in ufficio tiene sulla scrivania una scatola da scarpe.
"Ma è vuota" dicono tutti.
"No. E piena dell'amore della mia bambina" risponde lui.
Scarabocchiato il giorno 1 dicembre 2009 da crazyhorse
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Gli indù raccontano una strana leggenda. La leggenda del capriolo delle montagne.
Tanti anni fa, c'era un capriolo che sentiva continuamente nelle narici un fragrante profumo di muschio. Saliva le verdi pendici dei monti e sentiva quel profumo stupendo, penetrante, dolcissimo. Sfrecciava nella foresta, e quel profumo era nell'aria, tutt'intorno a lui.
Il capriolo non riusciva a capire da dove provenisse quel profumo che tanto lo turbava. Era come il richiamo di un flauto a cui non si può resistere. Perciò il capriolo prese a correre di bosco in bosco alla ricerca della fonte di quello straordinario e conturbante profumo.
Quella ricerca divenne la sua ossessione. Il povero animale non badava più né a mangiare, né a bere, né a dormire, né a nient'altro. Esso non sapeva donde venisse il richiamo del profumo, ma si sentiva costretto a inseguirlo attraverso burroni, foreste e colline, finché affamato, esausto, stanco morto, andò avanti a casaccio, scivolò da una roccia e cadde ferendosi mortalmente.
Le sue ferite erano dolorose e profonde. Il capriolo si leccò il petto sanguinante e, in quel momento, scoprì la cosa più incredibile. Il profumo, quel profumo che lo aveva sconvolto, era proprio lì, attaccato al suo corpo, nella speciale "sacca" porta muschio che hanno tutti i caprioli della sua specie.
Il povero animale respirò profondamente il profumo, ma era troppo tardi…
«Troppo tardi ti ho amata, bellezza sempre antica e sempre nuova, troppo tardi ti ho amata. Eri dentro di me, ma io ero fuori e senza bellezza e mi precipitavo verso quelle bellezze che tu hai fatto e che, senza di te, non potrebbero esistere. Tu sei sempre con me, ma io non ero con te». (Sant'Agostino)
Il profumo – Bruno Ferrero, L'importante è la rosa
Scarabocchiato il giorno 30 novembre 2009 da crazyhorse
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Quello che segue è il racconto di Francesca Rana, giornalista e radio speaker che ha saputo riassumere benissimo, secondo me, quanto avvenuto durante la manifestazione del 28 Novembre scorso per l'ambiente, la famosa (solo a Taranto, visto che sui media nazionali siamo stati letteralmente CAGATI DI STRISCIO) AltaMarea:
La Grande Marcia per l'ambiente, il lavoro, la dignità (e la salute?)
Fabio Matacchiera: "Il campionamento continuo è un sogno. L'Arpa avvisa l'Ilva prima di fare i controlli, il popolo sta morendo e deve poter esprimersi con il referendum sulla chiusura almeno dell'area a caldo dell'Ilva".
Luigi Boccuni: "Non vogliamo chiudere l'industria, vogliamo il rispetto della legge sulla diossina".
Luigi Oliva: "I politici hanno molta fantasia, hanno votato una legge sulla diossina inutile".
Sono una giornalista ma prima di tutto sono una persona. E l’esperimento che voglio fare oggi è quello di trasferire su carta quello che ho sentito, ascoltato, visto durante la seconda Marcia per l’Ambiente del raggruppamento di associazioni “Altamarea” di Taranto (http://groups.google.it/group/altamareanews?pli=1) snodatasi nel borgo della città della Magna Grecia e dell’Industria Pesante in questo umido sabato di novembre.
Nessun appunto, solo la presenza in mezzo alla folla quando addosso ti restano le sensazioni ed i messaggi in grado di far riflettere e decidere se cambiare idea o potenziare la propria convinzione. Un racconto rivolto a chi vorrà leggere.
Sotto la lente di ingrandimento, c’è la tensione sociale vissuta a Taranto, all’ombra di una imponente zona industriale che ormai non va più d’accordo con parte dei suoi abitanti, che sul balcone trovano polvere nera e rossa, che a seconda del vento respirano polveri sottili e minerarie, che mangiano cibi esposti a queste polveri. E che, però, nel risvolto della medaglia in quelle industrie ci lavorano e se devono scegliere tra povertà e rischio di malattia, scelgono di rischiare di ammalarsi sperando di poter mandare i propri figli via, un giorno.
Foto scattata nel 2005 all'alba quando iniziava la traversata Metaponto-San Vito di Fabio Matacchiera a nuoto.
Le due facce del problema sono queste e sono il motivo delle resistenze culturali, delle fazioni, del dubbio su come venirne fuori: con un compromesso o con una svolta dal sapore di rivoluzione? La partecipazione dei tarantini è stata massiccia, forse superiore a quella del 2008, tuttavia in questi casi le cifre sono indicative, si sparano sempre con molta approssimazione. Se l’anno scorso si disse che erano 20.000 a marciare forse stavolta erano almeno 5 o 10.000 in più. Se invece erano più probabilmente 10.000, magari ora sono 20.000. E chi lo sa!!!!
Senz’altro erano in tanti, senz’altro hanno riversato cori e slogan nel corteo che ha attraversato via Di Palma e Via D’Aquino fino a Piazza Garibaldi. Senz’altro era una marcia variopinta, multiforme, controversa che racchiudeva dentro di se tanti chiaro scuri, radicalismi e compromessi, la voglia di bonifica o la richiesta di eco-compatibilità industriale. Insomma, chi la vuole cotta e la vuole cruda questa pietanza che è l’ambiente. In entrambi i casi, si ritiene di aver ragione, di aver interpretato al meglio il cuore del problema compresso tra le esigenze del lavoro nell’industria pesante e quelle della conversione e del sostegno all’agricoltura ed agli allevamenti annientati come capro espiatorio della battaglia contro la diossina.
Era una marcia piena di partecipanti ma non partecipativa, perché conteneva note intonate e stonate che rivendicavano la possibilità di alzare la voce. Sarà questo il nocciolo della questione? I tarantini sono stanchi di essere storditi dal sistema e cercano di uscire dalle sabbie mobili. Hanno approfittato della possibilità tanti giovani, sicuramente altrettanti precari che da questo Presente spalmato nell’ultimo decennio stanno ricevendo l’ingratitudine peggiore, le porte chiuse in faccia perché non possano contare nella società, essere indipendenti e pronti a decidere del loro futuro, costantemente rifiutati dalla casta degli stabilizzati che non è disposta ad inserirli alla pari nel mondo del lavoro.
C’erano tanti cori ma non c’era un urlo corale e tra i tanti appelli non previsti dal direttivo, quello di Fabio Matacchiera ha rotto indubbiamente lo schema progettato, costringendo Altamarea a fare i conti con le diverse forme di ambientalismo, compresa quella più temeraria e coraggiosa, che non ama ragionare in politichese, di chi da un ventennio lotta da solo e lo fa per la salute dell’ambiente, prima di tutto. Questa irruzione ha fatto vacillare la serenità del cerimoniale ed ha fatto conoscere a parte della piazza un altro aspetto della questione, se pure in maniera molto impetuosa, perfino fin troppo, tanto da compromettere la resa e l’efficacia di quell’attimo fuggente di impulso, su un palco che, pare, era stato negato dagli organizzatori.
Altamarea non è un’associazione, è un insieme di sensibilità spesso contradditorie e contrapposte e sta diventando sempre di più un Vortice ricco di correnti che tenta di essere unito e non riesce fino in fondo in questa sfida: c’è chi vuole dialogare con le dinamiche della politica, e chi di quelle dinamiche non si fida più. Tutto questo può sembrare un valore aggiunto, qualcuno ha detto “un vaccino” contro la strumentalizzazione, oppure un monumento all’incoerenza della piattaforma di Altamarea. Ogni opinione è lecita. In un caso, si riesce a dialogare con la politica partitica, in altri non si dialoga in assenza di fiducia. In altre parole, i primi si sentono cittadini attivi se possono sedersi al tavolo con politica e sindacati, i secondi non vogliono mischiarsi nelle logiche dell’inciucio trasversale.
Nel 2008, si arrivò a quella marcia dopo una prima prova del 9 della marcia dei bambini contro l’inquinamento guidati dal pediatra Giuseppe Merico, diventato tempo dopo il primario del reparto di pediatria dell’ospedale Santissima Annunziata.
Alcuni programmi televisivi, le Iene, Malpelo, avevano scosso l’opinione pubblica che verificava giorno dopo giorno di avere almeno un parente con una grave malattia, con il cancro, un problema cardiovascolare o respiratorio, una dermatite atopica.
La coscienza ambientale stava nascendo in chi non l’aveva mai avuta mentre contemporaneamente la Grande Industria non sembrava più garantire nemmeno i livelli occupazionali.
D’altro canto si cominciava ad avvertire l’esigenza di un risarcimento, quello impedito con il ritiro degli enti pubblici, Comune e Provincia, della costituzione di parte civile nel processo contro i parchi minerari dell’Ilva ancora scoperti. La condanna arrivò, contro l’Ilva, il più grosso stabilmento, ragione alla base del dito indice puntato contro il Gruppo Riva, ma senza quella parte civile il risarcimento non c’è stato.
La società ha iniziato a metabolizzare tutto questo mentre anche la dialettica politica, sindacale, industriale proseguiva nel suo percorso già tracciato senza cambiare la direzione avuta fino a quel momento.
Sia nel 2008, sia nel 2009, il 28 novembre scorso, Altamarea ha provato ad accettare le adesioni di tutti: sia i neo ambientalisti che sognano la conversione sia i sindacati che firmano patti di stabilità sul modello di sviluppo con la Confindustria e che ad un incontro del Centro Studi di Confindustria all’Histò hanno concordato sull’efficacia del modello di sviluppo deciso 50 anni fa e sull’impossibilità di credere ad un’alternativa, roba da capipopolo.
La coscienza ambientale sta nascendo in tutti ed ognuno ritiene di poter raggiungere il miglioramento della qualità della vita con un metodo diverso, marciando nello stesso corteo, percorrendo però metaforicamente un altro itinerario.
Questo si percepiva prima e si è percepito durante, assistendo alla manifestazione finale di Altamarea, in piazza Garibaldi, nonostante parte del corteo non fosse ancora arrivata, perdendosi di fatto l’opportunità di interagire e sentire con le proprie orecchie.
Si sono alternate alcune voci di coordinatori del direttivo e tra di loro stessi non c’era sintonia. Ad esempio qualcuno riteneva importante, come il portavoce Luigi Boccuni, aver spronato la promulgazione della legge regionale sull’abbattimento dei livelli di diossina, qualcun altro invece diceva l’esatto opposto, come Luigi Oliva, del Comitato per Taranto e cioè che quella legge era una prova di fantasia della stessa politica che aveva votato una normativa inutile, inattuata, che i politici in passerella chiudevano gli inceneritori per riaprili subito dopo. In mezzo, ci sono state l’esibizione di Franco Cosa ed altri musicisti, le parole di chi ha perso parenti sul posto di lavoro, operai che chiedono l’ambientalizzazione dell’Industria.
Il corteo era lo specchio di questa difformità di ragionamento. C’era chi manifestava per la convivenza tra la città ed un’industria pesante eco-compatibile se si rispetteranno alcune leggi, chi manifestava per l’avvio di un dialogo complesso e lungimirante sulla conversione del comparto industriale e sulle bonifiche, e non ha parlato sul palco, chi marciava con candore semplicemente per poter respirare l’aria pulita senza fumo salvo poi sorbirsi le sigarette di tanti, ambientalisti e non, lungo il corteo. Purtroppo, la coscienza ambientale non ammette eccezioni, il fumo di sigaretta uccide quanto l’inquinamento e dispiace che molti non accettino questo parallelismo scientificamente provato e che non si impongano l’astinenza in mezzo alla folla. C’era, poi, chi manifestava per il referendum sulla chiusura dell’area a caldo dell’Ilva. Gente comune, cittadini, che sposavano una direzione e che senza mettersi d’accordo con i promotori del referendum proponevano quella soluzione. Dunque, essi stessi erano un coro tra tanti, imprevisto, imprevedibile.
Allora, succedeva che, mentre l’operaio parlava, qualcuno dalla piazza urlava di non volere più l’industria. O, mentre qualcuno dal palco invitava al compromesso e non chiedeva la chiusura dello stabilimento, dalla piazza si invocava con i megafoni il referendum.
Ogni sentimento era rappresentato in quella piazza ed il tentativo di oscurare ognuna di quelle voci senz’altro non è condivisibile. Il direttivo di Altamarea ha scelto di marciare consapevole al 50% delle difformità di pensiero, scopo e strategia di tanti, accettando di accostarsi ad alcuni e non accettando di accostarsi ad altri almeno riguardo alla scelta dei punti in piattaforma. Un discorso tutto sommato verticistico non speculare alle passioni civili incontrollabili della piazza.
Sarebbe uno sbaglio se ci fossero delle prepotenze dietro queste scelte. Perché sono le facce della stessa coscienza ambientale ritrovata che non potrà ritornare indietro ed assumerà sembianze e pareri non ancora tutti espressi e chiariti.
I momenti più intensi della manifestazione finale sono stati il monologo teatrale di Maria Elena Leone tratto da un testo di Giorgio Gaber Mi fa male il mondo che metteva in luce la crisi etica della politica, e l’intervento di Luigi Oliva del Comitato per Taranto (http://comitatopertaranto.blogspot.com/) che dava voce a chi ha parecchi dubbi sulla trasparenza della classe dirigente e che diceva comunque “non vogliamo né eroi né complici”.
Fuori dagli interventi di rito, però, qualcosa, vi raccontavo qualche riga fa, ha scosso la liturgia messa a punto: un uomo con un megafono, ha iniziato ad urlare, vicino a chi aveva confezionato striscioni ed una bara molto simbolica con sopra scritto un appello alla convocazione del referendum sulla chiusura dell’area a caldo, almeno, dell’Ilva, il più grosso tra gli insediamenti di industria pesante, sul quale pesa una sentenza di condanna per la mancata copertura dei parchi minerari.
La piazza, in quell’istante, non ha capito. Avrà pensato: “Sarà forse un esaltato”? Un pazzo? E perché il direttivo di Altamarea, gli esponenti di Legambiente lo attaccano dal palco, non vogliono farlo parlare mentre contemporaneamente altri gli dicono “Parla, parla”!?
In questo frangente critico, il presentatore Mauro Pulpito ha compreso. Lo ha riconosciuto ed ha afferrato che non era stato inserito nella scaletta degli interventi: Era Fabio Matacchiera, storico ambientalista di Caretta Caretta, pioniere delle crociate ambientali a Taranto degli anni ’80, colui che si batteva da solo contro l’inquinamento quando il livello di consapevolezza della città della correlazione tra inquinamento e malattie era ancora troppo basso. Lui si batteva solitario (come Aiutiamo Ippocrate e molti anni dopo Peacelink) insieme ai suoi attivisti, documentando l’attività della Grande Industria e sollecitando dubbi sugli inquinanti, presenti già all’epoca, nell’aria, nella terra, e nel mare laddove vorrebbero fare i dragaggi, che porterebbero qui altre grosse navi, nonostante il lavoro per i tarantini del posto sia scarso. Lui ha rischiato la sua incolumità, si è immerso in acque torbide per filmare i fanghi tossici, ovvero il modo in cui il mare lanciava lamenti di sofferenza prima che gli esseri umani si risvegliassero e cominciassero a chiedersi se tra quei fanghi e le emissioni ci fossero degli inquietanti nessi. All’epoca, Fabio Matacchiera era solo insieme ai suoi amici. E, chi oggi marcia, non conosce la sua storia perché a quei tempi non aveva quella coscienza, né c’erano molte occasioni di sapere delle sue indagini e dei suoi blitz degni di Greenpeace, secretati. E, quindi, non sa che il palazzo della coscienza civica è stato costruito anche con le fondamenta del suo impegno e su quello, inconsapevole, è cresciuto fino ad arrivare al passato recente.
Oggi, non sapendo, la gente non riesce a confrontarsi con la sua esperienza, non sa come reagire all’impeto di chi per 20 anni ha parlato al muro ed ha cercato per tanto tempo quasi invano chi accettasse di esaminare i fanghi che aveva raccolto, terminando il suo sfogo con una reazione emotiva e sentita. Eppure, parecchi hanno applaudito.
Spesso, succede che quando la moltitudine si sveglia grazie all’eco del campanello d’allarme di qualcuno, lanciato molto tempo prima, non sia in grado di sapere quale sia la fonte di quel campanello, riuscendo solo ad avvertire l’impatto dell’ultima onda sonora, il tonfo dell’ultimo tassello del domino, e non il primo calcio all’indifferenza.
Si chiedeva, dal palco, il “Rispetto per i Tarantini”. Beh, Fabio Matacchiera è il testimone di anni ed anni vissuti senza avere quel rispetto ed è singolare che oggi non si sia capito quanto poteva essere importante condividere le sue conoscenze e raccontare la sua storia personale – magari nella scaletta di quella manifestazione – che lo ha spinto perfino quest’anno a divulgare il dossier sulle verità nascoste dove metteva insieme ancora una volta i dati degli anni precedenti.
Non riuscendo nell’impeto della situazione a lanciare i giusti messaggi, successivamente alla stampa Fabio Matacchiera dichiarava in diretta su Studio 100: “Il campionamento continuo non è iniziato, l’Arpa, secondo il protocollo, avvisa l’Ilva prima di fare i controlli”.
Forse, se la sua storia fosse stata raccontata tra le testimonianze dell’ambientalismo e delle battaglie per la sicurezza sui posti di lavoro, la piazza avrebbe capito un po’ meglio chi era chi urlava “l’Ambiente è di tutti, non è di Altamarea”.
Tutto questo cosa significa? Che la piazza stava iniziando a manifestare contro se stessa, contro il suo obiettivo, forse perché un obiettivo unitario non c’era nemmeno prima. Forse perché si arriva ad oltre 20.000 unendo chi vuole l’industria, il lavoro e l’ambientalizzazione, e chi vuole il risarcimento ed una conversione. Mi chiedo se si possa marciare insieme. Se uno vuole, si può fare, il risultato però è l’equivoco. Ed, allora, alcuni esponenti politici magari rasserenati dal tenore di alcuni interventi e spinti a rilasciare dichiarazioni anche alle tv, disapprovavano invece ad esempio le parole di Matacchiera, Oliva o il monologo dell’attrice. Accadeva perché dallo stesso palco non si andava verso la stessa direzione? In alcuni casi condivisa dalla partitocrazia, in altri no? Al di la di chi ha rilasciato raffiche dichiarazioni alle tv, tra i più contrariati dalle parole pronunciate contro l’etica della politica, c’era Michele Pelillo, assessore regionale, rimasto sotto il palco, che esprimeva il suo dissenso, nel dietro le quinte, mentre l’attrice circondata dal suo gruppo teatrale di sostegno, difendendo la sua scelta di teatro civile lo accusava di anti-democraticità.
I focolai di discussione crescevano agli angoli della piazza tra direttivo e amici del direttivo e tra le tante parole, Paola D’Andria, presidente dell’Ail di Taranto, tuonava “La politica di oggi ancora non si merita di essere considerata una buona politica”.
I toni si erano inaspriti. E la piazza continuava a manifestare contro se stessa, ormai a riflettori spenti, mentre numerosi blogger amatoriali riprendevano ogni cosa, senza escludere nemmeno i commenti sulla trasmissione in diretta su BS la sera prima, Polifemo, quando nella contesa politica venuta fuori, Michele Pelillo avrebbe accusato Pietro Franzoso di non poter parlare di ambiente perché aveva interessi nelle ditte appaltatrici dell’indotto.
La perplessità sul cammino intrapreso si insinua nel pensiero.
I tempi potrebbero essere maturi per costringersi a fare scelte chiare e spiegare davvero a chi aderisce ad Altamarea, qual è la meta, qualunque essa sia.
Affinché sia una sola, nel bene o nel male. E che alla quantità dell’affluenza si preferisca la qualità ed omogeneità dell’adesione. In modo da consentire a questa coscienza ambientale di esprimersi con coerenza e non con confusione come è capitato il 28 novembre 2009.
Questo è solo un racconto, il mio. Però è anche la mia opinione. Io penso che Taranto sia una città inquinata ed ammalata, dentro, nell’inconscio, e che sia d’altro canto povera e bisognosa di lavorare. Sogno dunque una società in grado di tracciare un percorso di progettazione dello sviluppo futuro in chiave alternativa nel quale impiegare chiunque stia temendo per il suo lavoro. Una città che non usi la prepotenza palese o occulta e markettara per impedire la libertà di espressione e che possa confrontarsi con l’aiuto della ricerca, serenamente, su uno dei futuri possibili. Volti a ritrovare le vocazioni seppellite nell’oblio dei ricordi di una terra dell’archeologia e dell’enogastronomia, del teatro e della musica, del turismo e della cultura, delle tradizioni e dei riti quando quelle ciminiere di tutti i siti dell’Industria Pesante non esistevano.
Un’indagine del Cnr di Pisa, sulla quale scrissi nel 2006, li considerava già fattori di rischio collegati all’aumento di mortalità per determinate patologie: “I fattori di rischio ambientali presenti sono riconducibili alla presenza di un’acciaieria a ciclo integrale tra le più grandi d’Europa, una raffineria petrolchimica di grandi dimensioni, un cementificio di importanza nazionale, due centrali termoelettriche ed ai rispettivi consistenti flussi di merci e materie prime. Accanto a questi grandi impianti sono presenti stabilimenti di manufatti di gomma e di materie plastiche, stabilimenti chimici che producono smalti sintetici, vernici e colle, stabilimenti che trattano e producono derivati del petrolio e del carbone, altri di metallurgia di seconda lavorazione, di costruzione e lavorazione di parti meccaniche, di elettrotecnica ed elettronica”. Ed ancora dissero i ricercatori in quel 14 dicembre del 2006: “Il responso è negativo: di tumore e patologie associabili alle esperienze lavorative si muore sempre di più. Particolarmente preoccupante è l’incidenza dei tumori al polmone, alla pleura, alla vescica. Altre patologie, ad esempio le malattie dell’apparato respiratorio e la polmonite, associabili sia all’abitudine al fumo sia ai livelli elevati di inquinamento atmosferico, nel passato erano meno nocive. La prevenzione diventa, quindi, urgente”.